Quante volte ci è capitato di trovarci all’ingresso di una villa, di una casa in campagna, di fronte ad un segnale più o meno consueto che ci indica la presenza di un cane da guardia? Penso almeno una volta nella vita. Che tratti deve possedere un segnale del genere per adempiere al proprio compito, per essere quindi un segnale efficace? Beh, innanzitutto dovrebbe comunicare il messaggio giusto a differenti tipi di pubblico: dovrebbe dissuadere o quanto meno mettere in guardia eventuali ladruncoli; in secondo luogo dovrebbe fare in modo da “avvisare” eventuali avventori o visitatori e non per forza terrorizzarli e indurre a non avvicinarsi.
Il primo cartello sembra esagerato, iperbolico, con alcuni elementi che sembrano voler ricondurre a forme di giustizia molto personale. Il secondo, rispetto al primo, sembra molto più pacato, ideale per comunicare l’idea di un cane da compagnia o magari di un cane da guardia in ogni caso poco pericoloso. Probabilmente, e dico questo percorrendo una strada spiccatamente ermeneutica, colui che ha posizionato il primo segnale potrebbe aver avuto già un buon numero di cattive esperienze rispetto al secondo, o in ogni caso, con buona probabilità, si trova a vivere in un contesto più pericoloso. Il primo segnale comunica meglio questo tipo di messaggio, e a quanto pare chi lo ha posizionato intende comunicare soprattutto con un pubblico di persone poco raccomandabili (forse perché poco raccomandabile è anche il padrone di casa). Il secondo si mantiene su toni molto più blandi: riesce a far capire ai malvagi che c’è un cane da guardia1, ma rimane comunque meno incisivo del primo. Riesce però a recapitare il messaggio nelle mani dei pubblici meglio intenzionati in maniera più efficace, senza spaventarli eccessivamente.
Il terzo e ultimo segnale è a mio avviso quello più inquietante a livello figurativo: un cane stilizzato in nero che più che a un cane somiglia a una di quelle fiere descritte magistralmente nei libri d’epica. Un mostro dalle sembianze poco terrene che sembra voler comunicare al lettore la presenza di una bestia feroce, perlopiù affamata. Appare subito evidente l’origine artigianale di questo segnale che sembra essere stato scritto con l’aiuto di un pennarello nero, al massimo avvalendosi di un template cartaceo utilizzato come sagoma per ottenere l’animale. Tutto sommato, però, per capire appieno il messaggio complessivo bisognerebbe tradurre il testo che recita “bhasobha inja”, anzi, invito chiunque visiti il blog a fornirmi una traduzione nel caso conosca quella lingua.
Tutto ciò è innanzitutto una dimostrazione pratica di come la comunicazione non sia mai un processo unidirezionale e di come ogni messaggio non sia assimilabile a un “pacchetto” chiuso di informazione comprensibile nello stesso modo da diversi soggetti. La comunicazione è un processo collaborativo e anche il ricevente ha un ruolo fondamentale nella costruzione del messaggio. Da ciò deriva che il messaggio ideale è quello che comunica la cosa giusta a tutti i potenziali pubblici per cui il messaggio viene costruito, da qui l’importanza attribuita dai comunicatori di professione alla fase di “costruzione del messaggio” in cui tante ipotesi del genere vengono passate al vaglio fino a trovare una soluzione ottimale2 che il più delle volte risulta essere un compromesso basato su una ponderazione delle varie modalità comunicative e dei diversi pubblici di riferimento, potenziali riceventi del messaggio che si intende costruire.
- Anche perché a differenza del primo segnale pone l’accento sulla parola “cane”, quasi a segnalarne la sola presenza. Il secondo, invece, si configura come più complesso dal punto di vista del messaggio in quanto coinvolge più simboli, anche visivi, per contribuire alla creazione del messaggio complessivo: La pistola, la faccia del cane, la parola “padrone”.
- E mi preme specificare: non “ottima”.
Attenti al cane. Sull’efficacia di un segnale, scritto il 23-10-2007 da AndreaP.
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29 Gennaio 2008 alle 20:49
dovrebbe essere australiano (o meglio la lingua dei nativi australiani). inja vuol dire CANE, e bhasoba a questo punto credo voglia dire proprio ATTENTI;)
è stato un piacere:)
Francesco Ziccheddu
29 Gennaio 2008 alle 21:03
dimenticavo…
il primo cartello mi pare veramente il più spiritoso:) infatti l’ho visto solo in case abitate magari da gentili signorine con cani di razza piccola, anzi infima:) il secondo sinceramente mi dà l’impressione non di un cane da guardia, bensì di un cane MORDACE, nulla di pericoloso quindi per un malintenzionato, al massimo per il povero postino di turno (non dimentichiamoci il valore figurativo:il cane rappresentato sembra un bassotto, che per quanto possa essere addestrato e scatenato non si chiama bassotto per caso).
sono invece d’accordo sul terzo, il cane raffigurato parrebbe un meticcio, e la paura viene non dal fatto che chi legge identifica subito la razza (e quindi l’eventuale pericolosità del cane), ma bensì viene invece da pensare ad un cane pericoloso in quanto tale, e non per il fatto di appartenenere ad una determinata razza o taglia. decisamente azzeccata anche la leggera (ed involontaria secondo me) rappresentazione medievale del lupo (o fiera in generale), simbolo universale di NON domo e incontenibile, forza cinica e mortale della natura
in definitiva un articolo interessante quanto particolare, davvero i miei complimenti a chi l’ha postato.
29 Gennaio 2008 alle 21:25
Caro Francesco, quindi dici che quelle siano espressioni native australiane? Se è così allora non aggiunge particolare senso al cartello, è una semplice traduzione dell’inglese “beware of the dog”. In ogni caso è quello tra i tre che mette più in tensione, anche perché (divago un pò…) in Australia non si fanno problemi a lasciare liberi animali pericolosi. Qualche giorno fa alla pay tv ho visto un documentario in cui si parlava di una giovane turista dilaniata da un coccodrillo nelle acque di un lago australiano. Il cartello non “vietava” la balneazione in maniera perentoria (come d’altronde vediamo fare in Italia, divieto accompagnato da un notevole apparato sanzionatorio), ma si poneva in maniera molto più blanda, tipo: “è consigliato non balneare in queste acque in quanto ci sono coccodrilli mortali”. Insomma, tutto un altro modo di porsi, chissà quale sia la strategia comunicativa più efficace a lungo termine. Tornando a quest’articolo, mi sorge a questo punto una domanda: come fai a conoscere l’australiano nativo? Grazie del commento. Andrea
1 Febbraio 2008 alle 11:21
ciao Andrea:)
in effetti non conosco per nulla quella particolare lingua, se non i termini che indicano gli strumenti musicali, ma sono abituato a ragionare da “matematico” (solo per parentele strette con matematici, non è sicuramente il mio campo;)), ed in più qui in Sardegna non è raro vedere cartelli in due lingue, italiano e sardo appunto. Quindi sono partito dal presupposto che quelle frasi fossero appunto frutto di un bilinguismo, e a quel punto non ho fatto altro che cercare su un motore di ricerca le parole inja e dog (ovviamente non al primo tentativo, ho fatto diverse prove), e ho trovato proprio un film prodotto e girato in australia che si chiamava orginariamente INJA, trad. europea DOG. da qua si può supporre che l’altro termine indichi qualcosa tipo “attenti”, ma magari no… un amico aveva aggiunto sul cartello ATTENTI AL CANE la frase “cani scappu e aresti”, traduzione letterale “cane slegato e selvatico (anche nel senso di “cattivo”, non domato), che come vedi è un “in più” al fatto di stare attenti, il cane infatti è libero e per niente docile, probabilmente pronto all’attacco.
sono d’accordo che rimanga comunque il cartello più “temibile”, sopratutto per la raffigurazione della belva:)
per quanto riguarda la notizia che hai sentito sulla turista dilaniata da un coccodrillo, a volte capita che quando andiamo in posti con usi, costumi e fauna diversa diamo per scontate troppe cose. capitò che una turista nella zona del mio paese natio venne aggredita da un cinghiale. dopo la corsa all’ospedale si capì che la signora aveva cercato di accarezzare dei cuccioli di cinghiale selvatico e fu attaccata dalla madre che era proprio lì davanti. ora, qua la pericolosità del cinghiale, sopratutto se femmina e con prole è addirittura proverbiale (dai cacciatori il cinghiale viene chiamato semplicemente SIRBONI, senza l’articolo come fosse un nome proprio, con tutto il rispetto del caso), la signora evidentemente non si era resa conto. l’animale è addirittura immobile se si accorge della tua presenza e non può scappare, si piazza con la schiena coperta appoggiata a qualcosa e quasi sempre guardandoti negli occhi (non sto scherzando) e poi parte all’attacco senza nessun preavviso, usando le zanne come pugnali, e con gli stessi risultati. certo, i cartelli “attenti al cignhiale” erano assenti, ma nessuno prima di allora ne aveva mai sentito la necessità. probabilmente alla signora è successo qualcosa di simile, ma uno ha davvero bisogno di apprendere su un cartello la pericolosità di un animale come il coccodrillo? poi loro davano un consiglio, se ti vuoi far mangiare sono affari tuoi;)
ancora grazie per avermi risposto e complimenti per il sito, molto interessante.
alla prossima;)
Francesco
2 Maggio 2008 alle 16:35
credo ke i cartelli siano importanti poichè avvisano sull’eventuale presenza di cani.anke io abitando in campogna ho 5 pastori tedeschi ke fanno 1 ottima guardia!(infatti nn è mai vanuto nessun ladro)e ho comprato 1 cartello,molto importante anke x lege!!