17 2008

Già nella mia tesi di laurea ho affrontato questo enorme problema dell’università italiana: il sentirsi altro da questo mondo dei professori universitari. Mentre negli stati uniti d’america1 i professori sanno di essere fallibili mortali e utilizzano i social networks per attivare canali di comunicazione diciamo “meno convenzionali” con i loro studenti, qui in Italia non fanno nient’altro che rifugiarsi nella solita torre d’avorio.

Non sarò certo io a scoprire, con queste considerazioni, che l’università italiana pur garantendo, per molti versi, un’istruzione universitaria di qualità superiore rispetto a molti paesi paesi Europei2, soffre a causa del notabilato imperante e per la gestione molto clientelare e poco meritocratica della ricerca. In questa sede mi sembra poco opportuno scrivere un articolo che parta dalle radici del problema3, ma mi sembra molto opportuno invece porsi qualche domanda, come ad esempio:

Perché il corpo docente - anche l’ala più giovane - ci tiene a mantenere elevata la distanza tra sé e gli studenti?

È una domanda che io ed alcuni miei compagni di studio ci siamo già posti ai tempi dei corsi all’università. La mia facoltà, Scienze della Comunicazione all’università di Salerno aveva a disposizione un NewsGroup creato da un funzionario di facoltà con lo scopo di alimentare uno scambio di informazioni tra gli studenti del corso di laurea e, in verità, per questo scopo funzionava e tutt’ora dovrebbe funzionare benissimo. Il problema è che questo strumento sarebbe dovuto servire anche ad abbreviare la distanza docente-discente, mettendo in condizione gli studenti di chiedere delle informazioni direttamente al docente. O viceversa, permettendo al docente di pubblicare un post in cui scrive ai suoi studenti dello spostamento della lezione e magari delle cause che l’hanno provocato. Ma su questo ci sono dei problemi sui quali sarebbe meglio riflettere:

  1. Siamo proprio sicuri che una buona percentuale del corpo docente sia capace di scrivere o meglio, di sapere cosa sia un “post”?
  2. Un docente è realmente tenuto a dar conto ai suoi studenti (clienti) dei propri ritardi a lezione o degli spostamenti di data?
  3. È giusto pensare che a nessun docente convenga invadere i canali in cui sono chiaramente gli studenti a farla da padroni o, se vogliamo, da veri e propri docenti?

Il problema è che Internet è dei giovani e alla base del comportamento dei più anziani c’è nient’altro che…

la PAURA.

Paura eh?

Molti degli attuali docenti di ruolo dovrebbero essere nati negli anni ‘45-’604, gli anni subito dopo la guerra, da una generazione che a sua volta ha subìto/sposato i valori fascisti tra cui quello sacro della gerarchia. Questi docenti hanno subìto molto più di noi5 i cambiamenti sociali e la pressione delle ideologie sul tessuto giovanile. Ora si trovano in difficoltà alle prese con l’ennesimo cambiamento: la rete. Sono passati da un’epoca nella quale tutte le conoscenze sul mondo erano condivise in una cerchia molto ristretta di persone6 a una nella quale l’intero patrimonio culturale7 è condiviso. Un trattato d’architettura che si trova sotto licenza GNU è accessibile sia a Renzo Piano che a mia nonna. E questo non mi sembra poco. Però mettiamo che uno studente per avvalorare la sua tesi - diciamo così - di rottura col passato, utilizzi materiale preso da internet o da Wikipedia. Quale docente non discuterebbe aspramente tale scelta? Non ho dati scientifici alla mano ma penso che molti studenti sottoscriverebbero in pieno le mie parole.

Cambia il mezzo ma non dovrebbe cambiare la cultura. Con l’unica differenza che mentre per i libri è possibile una sorta di controllo e di censura8 con internet è molto più difficile. Il web si mostra un mezzo molto più efficace nella “Scrittura del presente” rispetto a mezzi quale libri, cinema e televisione. Ci sono molti passaggi culturali in meno da compiere per far sì che un semplice scritto assurga a vera e propria memoria collettiva, e ciò non può che essere un bene nel nome della libertà e del pluralismo d’espressione.

In buona sostanza il ragionamento alla base dello scarso utilizzo del newsgroup da parte del corpo docente è spiegato più o meno bene da quello detto più sopra. Ma veniamo al presente:

Molti docenti, assistenti universitari, collaboratori di cattedra, ad oggi sono presenti su social networks dal carattere spiccatamente professionale quali Linkedin e Facebook, ma non danno credito alle richieste d’amicizia degli studenti.

A me è capitato di recente. Ho chiesto di entrare nel mio network Linkedin sia ad un’assegnista di ricerca che collabora con il prof. Cordeschi del mio corso di laurea9, sia ad uno studente che collabora con la stessa cattedra, mio coetaneo. Ovviamente nessuno dei due ha accettato, ma non solo, il loro profilo è riservato. Vale a dire che per consultarlo devi essere nel loro network, cosa tra l’altro assolutamente legittima, ma io non posso comunque fare a meno di chiedermi il perché non si sceglie la trasparenza, a maggior ragione se si ricoprono certi ruoli?

Si è introdotto il concetto di Divario Digitale10 per spiegare come sulla base di alcune carenze infrastrutturali e sociali, le possibilità di accedere alla rete siano limitate per alcune popolazioni e per alcune classi sociali. Fermo restando che sono pienamente d’accordo con chi si preoccupa in tale direzione, io in maniera molto più pragmatica mi preoccuperei dell’enorme divario tecnologico che intercorre tra generazioni contigue. Oramai siamo alle porte di un conflitto senza pari: l’ala giovane della società utilizza Internet per fare acquisti, per socializzare, per mantenersi in contatto, per creare proficui network professionali; l’ala anziana, di contrappunto, non fa che preservare i canali e i mezzi di comunicazione tradizionali, forse perché gli unici spazi in cui possono considerarsi legittimati a fare quello che fanno e a coprire le posizioni che coprono. E tutto ciò in Italia è molto più accentuato in quanto “paese anziano”, governato da una classe dirigente anziana, e che proprio come persona anziana si appresta lentamente a morire.

  1. Paese che tra l’altro non stimo moltissimo, ma ahimé, certe cose vanno comunque notate.
  2. Sulla base di molti dei criteri stabiliti
  3. Con buona probabilità bisognerebbe partire dall’unità d’Italia.
  4. O almeno voglio sperare che non scendano sotto gli anni ‘40
  5. Nati nell’80-’90
  6. E ciò legittimava la presenza di circoli e di caffé letterari.
  7. A parte quello che volutamente nascondono i governi.
  8. Sia preventiva che post-opera.
  9. Scienze della Comunicazione all’Università degli studi di Salerno
  10. Digital Divide su Wikipedia
14 2008

Meg - Psychodelice

Psychodelice. Album di svolta per Meg1, che dall’offrire la sua sensuale voce - insieme a quella spigolosa d’o Zulù - a testi politici e impegnati, passa a cantare sentimenti, emozioni, sensazioni, immagini mentali fortemente soggettive, testi molto criptici, in alcuni tratti quasi fini a loro stessi. Stefano Fontana, meglio conosciuto come Stylophonic2, dj e produttore del disco, fa un ottimo lavoro producendo beat pieni di groove e di ritmo, privi di di qualunque gradiente, di qualunque sfumatura. Direi piuttosto grezzi ma di grande effetto.

Napoli città aperta. Una canzone in cui Meg riesce a rendere antropomorfo3 il ritratto di una Napoli piegata su sé stessa, una città che allo stesso tempo si fa amare e si fa temere. Una città di cui è difficile avere piena fiducia. Proprio come un individuo psicolabile senza scrupoli che riesce a placare le sue turbe solo alla notte, ma che una volta sveglio non esiterà a mostrare la sua natura di mostro affamato, Napoli suscita dolcezza nelle tenebre e sgomento quando si avvicina il chiarore del giorno. Tutto sommato è una sensazione che avverto anch’io alle prese con la contemplazione della mia città, ma ovviamente la resa di tale figura è tutt’altro se si considera una città dal vissuto come Napoli.

Tutto ciò sembra essere l’espressione di un vortice di sentimenti contrastanti in cui chi ama Napoli ama precipitare, proprio come diceva il grande Leopardi a proposito delle sue celebri turbe malinconiche4. Non è un caso, infatti, che Meg dipinge Napoli come una stella che brilla di luce propria. Astro di rara bellezza, proprio come una perla di colore nero. Introvabile.

Ecco come recitano il ritornello e la strofa finale:

Guarda come è bella
la mia città
come stella brilla
di luce propria.
Guarda come è sola
la mia città
rara come perla nera
quando lei dorme
dolce creatura appare
ed io rimango lì
ad ammirare
sapendo che al sorgere del sole
il mostro si sveglierà per la fame
perciò non ti fidare
comincia a scappare

Contradditoria quindi l’immagine che Meg restituisce di Napoli, ma è proprio questa contradditorietà, questa confusione, a renderla stupenda e splendidamente aderente alla realtà effettiva che Napoli oggi si trova ad affrontare: un mix di delinquenti e di persone di buoni sentimenti; di odio e di amore; di sublime e di squallore; di luce e di tenebre.

È un Peccato. In molti dicono che Napoli sia la città più bella del mondo.

Io sono d’accordo.

Napoli Città Aperta

Attraverso di notte la mia città
il mio sguardo brucia come fiamma
cammino, cammino e lei mi divora
vorrei fermarmi ma, il mio piede va

Guarda come è bella, la mia città
come stella brilla di luce propria
guarda come è sola, la mia città
guarda come è bella, vera

Quando lei dorme dolce creatura appare
ed io incanto lì ad ammirare
sapendo che al sorgere del sole
il mostro si sveglierà per la fame
perciò non ti fidare
comincia a scappare

Guarda come è bella, la mia città
come stella brilla di luce propria
guarda come è sola, la mia città
sanguina come vena aperta

Napoli città aperta

  1. Myspace di Meg
  2. http://www.stylophonic.it
  3. Durante la stesura dell’articolo, ho controllato sul De Mauro-Paravia e non ho trovato nessuna verbalizzazione di tale aggettivo ad es. Antropomorfizzare o Antropizzare. Sarebbe possibile rendere accettabile tale significato adoperando Umanizzare, ma tale verbo sembra avere confini semantici abbastanza settoriali: dovrebbe infatti indicare il processo di “rendere umano il latte vaccino”. Mi fermo con la divagazione.
  4. Celebre l’espressione M’è dolce naufragar in questo mar…
30 2008

Il genio

Il geniale duo proveniente dal Salento, esportato come al solito nel gelido nord (mica poi così tanto freddo) esce con un album d’esordio molto molto carino. In generale suona come Baustelle, Blonde Redhead, come loro ci regala sensazioni di boulevard parigini e generose dosi di eccentricità e nichilismo decadente.

Senz’altro da seguire.

Lei poi è fantastica.

Il primo video del duo che mi è capitato di vedere è pop porno, canzone che giocando su un meccanismo di assimilazione fonetica1 parla dei problemi che possono sussistere tra uomo e donna all’interno di una coppia, tra questi il porno: fucina creativa o depredatore di fantasie sessuali per l’uomo?

Il genio

Alessandra Contini: Vox bass ; Gianluca De Rubertis: guitar key, piano & synth, Vox

Il genio su MySpace

Il genio - Tracklist

  1. Le Bugie Di François
  2. Non E’ Possibile
  3. Pop Porno
  4. Applique
  5. Tutto E’ Come Sei Tu
  6. A Questo Punto
  7. Gli Eroi Del Kung Fu
  8. L’Orrore
  9. Fortuna E’ Sera
  10. Povera Stella
  11. La Pathétique
  12. Una Giapponese A Roma

Pop porno

  1. Durante il verso la P finale di pop viene assimilata dalla P iniziale di porno, dando luogo a un altro significato, ovvero un po’ porno.
24 2008

Un rifiuto o un rottame, rappresenta per la società un costo ambientale che negli anni si è preferito a mio avviso “volutamente” non tenere in conto in sede del calcolo del prezzo di un prodotto. Se si volesse considerare quest’aspetto probabilmente una pendrive costerebbe non 5 euro, ma 50 euro; non oso immaginare un piatto di plastica: probabilmente costerebbe di meno utilizzare un piatto di vetro di Murano monouso. I rifiuti sono quindi prodotti sociali e, eventualmente, vale anche per loro lo stesso discorso fatto per l’iPhone o per il celebre spremiagrumi di Alessi in sede di un dibattito sull’intersoggettività e sull’interoggettività di un oggetto sociale.

Per quanto riguarda alcuni comuni della provincia di Napoli e di Caserta1 è possibile - finanche opportuno allo stato attuale - parlare del valore interoggettivo di un cumulo di immondizia.

Mi sembra dunque giusto affermare che il rifiuto nella nostra società possegga un valore estetico:

La nostra è la società della rottamazione: il nuovo sostituisce in tempi sempre più brevi il vecchio che, immancabilmente, finisce in una discarica, nella pattumiera, nel dimenticatoio e così via… Appare sempre più evidente che gli scarti materiali, i rifiuti, i rottami che accumuliamo ci stanno assediando, ma secondo Ave Appiano2 siamo talmente assuefatti all’estetica del rottame che non siamo nemmeno più in grado di percepirla come tale. […]3

La discarica come luogo di abbandono di rifiuti per non si sa quale fine è un concetto che, appartiene all’umanità da millenni, probabilmente fin dalle sue origini preistoriche. Agli albori della civiltà, l’uomo preistorico abbandonava nelle grotte i residui ossei dei pasti insieme ai resti del fuoco. Un po’ più tardi, negli insediamenti protostorici dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro, i rifiuti venivano gettati negli anfratti naturali, come dimostra la presenza di imponenti discariche della media età del Bronzo nella necropoli di Vollein (comune di Quart, Valle D’Aosta). Ancora più tardi, nell’antica Roma, le anfore olearie rotte, venivano accantonate in un unico posto che attualmente figura come luogo turistico: Il monte dei cocci4 o monte Testaccio5.

Bisogna anche dire che nell’antichità sono state trovate anche forme - seppur secondarie - di riciclaggio, come la trasformazione di residui fittili in cocciopesto, un prodotto di largo uso presso i romani, e il riutilizzo delle anfore in eccedenza all’interno di strutture di drenaggio e nei sistemi di deumidificazione6.

Tornando a Napoli…

Non sapevo che qualcuno avesse chiesto al nostro amato ministro per i beni e le attività culturali, Sig. Bondi, una mostra d’arte a Napoli su un problema di cui questa città rappresenta l’avanguardia, l’inizio: La gestione dei rifiuti.

Perché al contrario di quello che molti credono e di quello che la televisione mostra ogni giorno agli occhi dei poveri cittadini Italiani, l’immondizia non è Napoli. Napoli è solo l’avanguardia di un problema di tutta l’umanità, ben più radicato negli anni7, ma che i mass media hanno deciso di inserire nella loro agenda solo da qualche anno.

Quello della gestione dei rifiuti - come abbiamo visto poco fa per i preistorici e per i Romani - è un problema che riguarda l’umanità da millenni, in maniera ancor più rapida e turbolenta da quando l’economia mondiale ha cominciato a basarsi totalmente sul petrolio e sui suoi derivati8. Giusto per capire la portata del problema, basti constatare che nel 1997, un marinaio statunitense chiamato Charles Moore scoprì un enorme discarica d’immondizia nel pieno dell’oceano pacifico, provocata da una serie di correnti9. Le discariche a cielo aperto (e a mare aperto) diventano sempre più numerose su tutto il globo e, di fronte ad alcune realtà, persino l’incriminata Napoli impallidirebbe timidamente10.

A parte quindi le opere d’arte che potrebbero venire esposte all’interno di un’eventuale mostra sul rifiuto e sul rottame, è possibile notare che oggi la ricerca estetica parte dal basso. L’avanguardia artistica è internet, un media che con l’avvento della rivoluzione digitale è alla portata di (quasi) tutti, coinvolgendo professionisti e non nell’esplorazione del concetto di rifiuto, alla ricerca di tracce estetiche e di nuove modalità espressive.

Sarcasmo e ironia.

Trip

munnezz

A' munnezz'

munnezz!

Il desktop di Bassolino

Inquadratura, cromatismi.

DSC_5543

Io, rifiuto.

DSC_5549

Napule è mille colure (Napoli)

Trash

United Color of Munnezz!!! di leoneddy on Flickr

Funicolare....degrado....con tristezza Napoli di rosacelo on Flickr

A munnezz’/Rubbish!eXp di agoinunpagliaio on Flickr

Sublime e orrido.

COLOSSEUM

Cilento bello. Tramonto e immondizia

salento, natura morta a due passi da lecce

Without words n. 3 di Lulazzo on Flickr

Ritorno al passato remoto.

The last days of Pompeii  - Munnezz'

Riconversione semantica.

Nuovi Cassonetti a Napoli

Contraddizioni.

passeggio libero di bimbi con sacchetti di munnezz

profumo di Napoli

Buon 2008!

Garbage picker wearing Donna Karan

Pessimismo.

Napoli nel 2010 by francko76 on Flickr

Vittoria della natura sul rifiuto.

Nature Fights the "Munnezz"

  1. Con questo non voglio dire che il problema dell’immondizia risiede unicamente in queste due province. Ad esempio qualche giorno fa durante il mio viaggio in Sicilia ho notato che la provincia di Catania, soprattutto per quanto riguarda i paesi Etnei, soffre allo stesso modo del problema rifiuti.
  2. A. APPIANO, Estetica del rottame, Meltemi, 1999
  3. Tratto da Penna e mouse del 16/mag/2007
  4. Monte dei Cocci su Wikipedia
  5. dal latino testae, ovvero cocci
  6. Rosanna Mollo in I rifiuti dell’antichità
  7. La misura del disastro. Reportage sulla situazione dei rifiuti in Campania di Angelo Antolino
  8. I vari polimeri plastici.
  9. Floating rubbish dump in Pacific Ocean ‘bigger than US’
    Pacific ‘rubbish superhighway’ going unnoticed
    The world’s rubbish dump: a garbage tip that stretches from Hawaii to Japan
  10. Rubbish di pingfaninsg su Picasa.
15 2008

HP - Guerrilla Printing 1 HP - Guerrilla Printing 2

Eccezionale campagna di Urban Marketing da parte di HP. Inserire in paesaggi urbani un installazione che simula uno strappo su un foglio stampato. Ovviamente il foglio stampato non è altro che il paesaggio stesso, tant’è che su uno dei fogli strappati il testo pubblicitario recita:

Reality, reproduced.

Semplice e geniale.

Queste pubblicità sono state installate in posizioni strategiche, contraddistinte da un panorama a impatto o comunque da uno scenario per così dire “avvenente”, in modo da rendere ancora piu evidente l’illusione che ci si trovi di fronte ad uno stampato. Quindi anche parchi cittadini immersi nel verde tra alberi, panchine e ruscelli. Nulla di male insomma, soprattutto se si pensa che HP sembra essere un’azienda impegnata a voler assumere lo status di “Azienda ecosostenibile”1.

  1. HP Eco Solutions