Categoria: Inquinamento

26/dic/2009

Siamo pronti a una nuova presa in giro globale?

18/giu/2009

Un video che con una scioccante semplicità mostra i risvolti di un’economia interamente basata sul consumo smodato di beni. Purtroppo in italiano esiste solo sottotitolato, ma per chi ha la fortuna di capire l’inglese parlato, il progetto “Story of stuff” ha un sito, www.storyofstuff.org.

Immagine anteprima YouTube

Per evidenti problemi legati alla diffamazione e simili, nel video non si fanno nomi anche se alcuni riferimenti sono tutt’altro che velati.

È scioccante che il mondo odierno altro non è che il prodotto di un impostazione macroeconomica che ha funzionato a dovere quando si è trattato di risollevare la celebre crisi di sovrapproduzione che colpì gli stati uniti d’america agli inizi del secolo appena trascorso. Ancora più scioccante è pensare che l’orientamento dell’economia mondiale verso la produzione sconsiderata è solo uno dei tanti modi di pianificare l’economia del mondo moderno. Senza parlare poi dell’obsolescenza pianificata, un modo di progettare i prodotti in modo da renderli potenti a livello comunicativo, ma assai sensibili a mutazioni nella moda e nell’immaginario collettivo dei consumatori. Tale obsolescenza può essere impostata in due modi, a seconda del tipo di prodotto e del tipo di mercato:

Un’obsolescenza strategica:

È quando al prodotto vengono attribuite caratteristiche tanto uniche quanto effimere, è il caso del mercato della moda dove nuove collezioni rimpiazzano vecchie collezioni a distanza di poche stagioni. È anche il caso di prodotti che di per sé potrebbero essere molto durevoli in quanto poco associati ad un utilizzo “sociale”, ad esempio un tavolo di truciolato dipinto di verde comprato all’IKEA per 9,99 eur. Non trovate che in molti casi il prezzo basso finisca per costituire un messaggio latente che induca i consumatori a categorizzarlo come prodotto “usa e getta”?

Un’obsolescenza tecnico-strutturale:

È il caso di quei prodotti dotati di caratteristiche tecniche che in qualche modo finiscono per incidere sull’accesso ad una risorsa o ad una tecnologia. È il caso di telefoni cellulari, smartphones, palmari e netbooks che in qualche caso potrebbero risultare obsoleti anche a pochi mesi dall’acquisto.

Per utilizzare il software X è necessario avere installato sulla propria macchina un sistema operativo a 64 bit. Molti individui basano il loro business sul software X, saranno quindi portati a sostituire la propria periferica pur non avendone un vero e proprio bisogno. Senza parlare poi delle barriere hardware: nel video c’è un esempio di come il più delle volte sia solo un piccolo chip a sancire la sostituzione di una scheda madre per il proprio pc, un chip che (lo dico solo a titolo d’esempio) permetta alle schede video di ultima generazione di comunicare correttamente con il resto dei componenti.

Ecco l’articolo di un blogger che definisce tecnofobia una realtà come l’obsolescenza pianificata e farneticazioni le osservazioni contenute in “story of stuff”. Su internet c’è libertà di parola, è giusto così, ma in alcuni casi si rasenta una vera e propria apologia di dottrine neo-positiviste che invogliano a credere che la natura si pieghi all’uomo e alle sue regole. In tutti i casi. Utilizzare le siringhe monouso come esempio della non-esistenza di un’obsolescenza pianificata mi sembra piuttosto fuori luogo.

24/lug/2008

Un rifiuto o un rottame, rappresenta per la società un costo ambientale che negli anni si è preferito a mio avviso “volutamente” non tenere in conto in sede del calcolo del prezzo di un prodotto. Se si volesse considerare quest’aspetto probabilmente una pendrive costerebbe non 5 euro, ma 50 euro; non oso immaginare un piatto di plastica: probabilmente costerebbe di meno utilizzare un piatto di vetro di Murano monouso. I rifiuti sono quindi prodotti sociali e, eventualmente, vale anche per loro lo stesso discorso fatto per l’iPhone o per il celebre spremiagrumi di Alessi in sede di un dibattito sull’intersoggettività e sull’interoggettività di un oggetto sociale.

Per quanto riguarda alcuni comuni della provincia di Napoli e di Caserta è possibile – finanche opportuno allo stato attuale – parlare del valore interoggettivo di un cumulo di immondizia.

Mi sembra dunque giusto affermare che il rifiuto nella nostra società possegga un valore estetico:

La nostra è la società della rottamazione: il nuovo sostituisce in tempi sempre più brevi il vecchio che, immancabilmente, finisce in una discarica, nella pattumiera, nel dimenticatoio e così via… Appare sempre più evidente che gli scarti materiali, i rifiuti, i rottami che accumuliamo ci stanno assediando, ma secondo Ave Appiano siamo talmente assuefatti all’estetica del rottame che non siamo nemmeno più in grado di percepirla come tale. [...]

La discarica come luogo di abbandono di rifiuti per non si sa quale fine è un concetto che, appartiene all’umanità da millenni, probabilmente fin dalle sue origini preistoriche. Agli albori della civiltà, l’uomo preistorico abbandonava nelle grotte i residui ossei dei pasti insieme ai resti del fuoco. Un po’ più tardi, negli insediamenti protostorici dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro, i rifiuti venivano gettati negli anfratti naturali, come dimostra la presenza di imponenti discariche della media età del Bronzo nella necropoli di Vollein (comune di Quart, Valle D’Aosta). Ancora più tardi, nell’antica Roma, le anfore olearie rotte, venivano accantonate in un unico posto che attualmente figura come luogo turistico: Il monte dei cocci o monte Testaccio.

Bisogna anche dire che nell’antichità sono state trovate anche forme – seppur secondarie – di riciclaggio, come la trasformazione di residui fittili in cocciopesto, un prodotto di largo uso presso i romani, e il riutilizzo delle anfore in eccedenza all’interno di strutture di drenaggio e nei sistemi di deumidificazione.

Tornando a Napoli…

Non sapevo che qualcuno avesse chiesto al nostro amato ministro per i beni e le attività culturali, Sig. Bondi, una mostra d’arte a Napoli su un problema di cui questa città rappresenta l’avanguardia, l’inizio: La gestione dei rifiuti.

Perché al contrario di quello che molti credono e di quello che la televisione mostra ogni giorno agli occhi dei poveri cittadini Italiani, l’immondizia non è Napoli. Napoli è solo l’avanguardia di un problema di tutta l’umanità, ben più radicato negli anni, ma che i mass media hanno deciso di inserire nella loro agenda solo da qualche anno.

Quello della gestione dei rifiuti – come abbiamo visto poco fa per i preistorici e per i Romani – è un problema che riguarda l’umanità da millenni, in maniera ancor più rapida e turbolenta da quando l’economia mondiale ha cominciato a basarsi totalmente sul petrolio e sui suoi derivati. Giusto per capire la portata del problema, basti constatare che nel 1997, un marinaio statunitense chiamato Charles Moore scoprì un enorme discarica d’immondizia nel pieno dell’oceano pacifico, provocata da una serie di correnti. Le discariche a cielo aperto (e a mare aperto) diventano sempre più numerose su tutto il globo e, di fronte ad alcune realtà, persino l’incriminata Napoli impallidirebbe timidamente.

A parte quindi le opere d’arte che potrebbero venire esposte all’interno di un’eventuale mostra sul rifiuto e sul rottame, è possibile notare che oggi la ricerca estetica parte dal basso. L’avanguardia artistica è internet, un media che con l’avvento della rivoluzione digitale è alla portata di (quasi) tutti, coinvolgendo professionisti e non nell’esplorazione del concetto di rifiuto, alla ricerca di tracce estetiche e di nuove modalità espressive.

Sarcasmo e ironia.

Trip

munnezz

A' munnezz'

munnezz!

Il desktop di Bassolino

Inquadratura, cromatismi.

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Io, rifiuto.

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Napule è mille colure (Napoli)

Trash

United Color of Munnezz!!! di leoneddy on Flickr

Funicolare....degrado....con tristezza Napoli di rosacelo on Flickr

A munnezz’/Rubbish!eXp di agoinunpagliaio on Flickr

Sublime e orrido.

COLOSSEUM

Cilento bello. Tramonto e immondizia