5/mar/2009

Cenni biografici

Adrian Frutiger, type designer di origine Svizzera

Adrian Frutiger, type designer di origine Svizzera

Sebbene autore di numerose pubblicazioni che hanno a che fare con la semiotica visiva1, Adrian Frutiger è conosciuto nell’ambiente del graphic design principalmente come disegnatore di alcuni tra i caratteri più utilizzati ed apprezzati. La sua carriera nella progettazione di caratteri a stampa risulta di particolare interesse in quanto spazia dall’era dei caratteri metal a quella della tipografia digitale, passando per la fototipografia.

Nasce in Svizzera nel 1928 nella cittadina di Interlaken. Il padre tessitore scoraggia la sua passione per la scultura e i suoi maestri lo indirizzano verso la tipografia.

A 16 anni inizia a fare esperienza come apprendista presso lo stampatore Otto Schaerffli nella città natale. In seguito si sposta a Zurigo dove frequenta la Kunstgewerbeschule di Arts and Crafts con il prof. Walter Kach.

Pur non essendo stati coltivati, il profondo interesse di Frutiger per la scultura e per la manualità in generale, hanno profondamente influenzato i suoi lavori caratterizzando il suo stile e il suo approccio michelangiolesco di tipo “sottrattivo” al disegno tipografico. Lo svizzero si contraddistingue infatti per l’estrema razionalità e pulizia del disegno delle sue lettere.

Dai primi caratteri alla nascita dell’Univers

Utilizzo di Univers per la segnaletica della metropolitana di Montreal

Utilizzo di Univers per la segnaletica della metropolitana di Montreal

L’attività di disegnatore di caratteri inizia a Parigi presso la fonderia Deberny Et Peignot presso la quale Frutiger crea i suoi primi caratteri, tra cui il celebre President. Contribuisce inoltre alla conversione di vecchi caratteri metal per l’utilizzo con dispositivi fototipografici2. Sempre presso i francesi Frutiger disegna il suo primo carattere commerciale, l’Univers, nato per entrare in competizione con la fonderia Bauer produttrice del Futura di Paul Renner.

Con l’Univers, Frutiger getta le basi per molti dei suoi futuri lavori e prende le distanze da un certo geometrismo tipografico ben rappresentato dal Futura, distanza che maturerà a pieno con la realizzazione dei caratteri Frutiger e Avenir.

I maggiori esperti nel campo della tipografia sono concordi nello stabilire che una possibile ispirazione nel disegno dell’Univers sia rintracciabile nell’Akzidenz Grotesk di G. Gerhard Lange per la fonderia Berthold AG (1896), probabilmente il primo carattere Humanist sans serif a essere ampiamente usato.

Anche Max Miedinger trae spunto dallo stesso carattere per realizzare l’altrettanto celebre Helvetica. A prima vista è facile confondere i tre caratteri ma, se si guarda con attenzione, le differenze tra alcune lettere sono notevoli.

Differenze tra Univers, Azkidenz Grotesk ed Helvetica

Differenze tra Univers, Azkidenz Grotesk ed Helvetica

Un nuovo sistema di classificazione per i font

È proprio nel 1957 con il lancio di Univers che Frutiger si inventa un sistema classificatorio di font molto ingegnoso, ampiamente utilizzato successivamente. Con tale sistema, riesce nel suo intento di eliminare la confusione che si crea con i nomi dei font all’interno di una typeface. Il funzionamento è tanto semplice quanto geniale: il numero nel nome di un font (ad es. “Avenir 45 Book”) va letto come la successione di due numeri, il primo definisce il peso, il secondo la larghezza e l’orientamento.

Sistema di classificazione dei font all'interno di una typeface di Adrian Frutiger

Sistema di classificazione dei font all'interno di una typeface di Adrian Frutiger

Oltre ad essere stato utilizzato per la classificazione dei suoi successivi Frutiger e Avenir, il sistema di numerazione di Frutiger viene utilizzato da linotype per la riedizione del carattere Helvetica sotto il nome di Helvetica Neue.

Con la riedizione dell’Univers nella seconda metà degli anni ‘90, denominata Univers Extended, Frutiger si trova ad avere a che fare con una typeface3 costituita da ben 63 font diversi, Lynotype decide quindi di inserire un ulteriore numero all’interno della numerazione: il secondo numero (suffisso) che inizialmente indicava larghezza e posizione si scinde in due numeri diversi dando luogo a una classificazione di questo tipo:

  1. 1° numero: Peso
  2. 2° numero: Larghezza
  3. 3° numero: Orientamento
Esempi di classificazione dei font all'interno della typeface Univers utilizzando il sistema di Frutiger

Esempi di classificazione dei font all'interno della typeface Univers utilizzando il sistema di Frutiger

Il carattere della maturità professionale: Frutiger

Segnaletica per l'aeroporto Charles De Gaulle di Parigi realizzata da Adrian Frutiger

Segnaletica per l'aeroporto Charles De Gaulle di Parigi realizzata da Adrian Frutiger

Nei primi anni ‘70 l’autorità aeroportuale francese dà a Frutiger l’incarico di realizzare un carattere per la segnaletica ai viaggiatori del nuovo aeroporto Charles De Gaulle. Agli inizi il disegnatore prende in considerazione l’idea di operare un riadattamento del suo già noto Univers, se non fosse per il fatto che lo considera troppo datato e troppo legato al contesto degli appena trascorsi anni ‘60.

Il carattere che crea è una fusione della spiccata razionalità e della pulizia del suo Univers con l’influenza della nuova corrente humanist sans-serif4 ben rappresentata dall’organicità e dalla proporzionalità del Gill Sans di Eric Gill. All’inizio l’autore pensò di chiamarlo Roissy come la località in cui sorgeva l’aeroporto. Solo dopo decise di chiamarlo con il suo stesso nome, Frutiger. Fu a disposizione dell’aeroporto francese a partire dal 1975.

Astra: una variante per la segnaletica stradale svizzera

Astra: una variante per la segnaletica stradale svizzera

Da tale fusione vien fuori un carattere estremamente leggibile da ogni angolazione, da ogni distanza e a tutte le taglie5, ma, purtroppo, senza un vero corsivo6. Per quest’ultimo bisogna aspettare la fine degli anni ‘90 quando Frutiger insieme a Linotype ne rilascia un’edizione completamente rivista, includente stavolta un vero corsivo: il Frutiger Next.

Avenir e lo Swiss Style nel mondo

Logotipo della città di Amsterdam realizzato utilizzando Avenir di Adrian Frutiger

Logotipo della città di Amsterdam realizzato utilizzando Avenir di Adrian Frutiger

Nel 1988 avviene una nuova svolta nella carriera di Adrian Frutiger, questa volta per merito di Avenir (in francese letteralmente “futuro, avvenire”), un carattere che prende spunto dal geometrico Futura ma strutturalmente più simile ai caratteri di tipo neo-grotesque7.

Con l’avvento di Avenir, Frutiger prende definitivamente le distanze dal geometrismo ribadendo in maniera categorica l’orientamento della scuola Svizzera dalla parte del lettore. Una scuola che cerca di operare una sapiente unione tra cultura e natura. Nel caso della tipografia, tra vezzi stilistici ed esigenze di leggibilità dettate dai limiti umani.

È proprio questa sensibilità di stampo umanista che porta la Svizzera di quegli anni ad essere portatrice nel mondo di uno stile che, nello specifico della tipografia, ma più in generale nell’ambito del design grafico, contribuisce a definire dei tratti distintivi che convergono nello Swiss Style. Conosciuto in seguito anche come International Typographic Style, individua nella tipografia l’elemento primario di design e in oggettività, leggibilità e pulizia i suoi tratti fondanti. È anche associato al fatto di preferire segni tipografici al posto delle illustrazioni.

Quando la leggibilità è tutto

Tratto da Lussu (op. cit.): confronto tra leggibilità di Helvetica e Frutiger sottoposti a rumore

Tratto da Lussu (op. cit.): confronto tra leggibilità di Helvetica e Frutiger sottoposti a rumore

Molti dei caratteri di Adrian Frutiger sono stati utilizzati per la segnaletica di importanti punti nevralgici caratterizzati dal bisogno di un’elevata leggibilità da qualsiasi angolazione e posizione e, nei limiti della vista umana, a qualsiasi dimensione. Senza parlare poi, in alcuni casi, della ristrettezza del tempo di esposizione al messaggio8.

Giovanni Lussu9 mette a confronto la leggibilità dell’Helvetica e del Frutiger entrambi sottoposti a una certa quantità di “rumore” tipografico10. Da tale comparazione emerge che il Frutiger si comporta meglio nella chiusura delle lettere alterate: sia la “G” che la “s” dell’Helvetica sottoposte a stress tendono a chiudersi compromettendone significativamente la leggibilità. Nella figura sotto, invece, mostro una mia comparazione della leggibilità di quattro diverse typefaces, una delle quali tendenzialmente geometrica (il Futura).

Confronto tra 4 typefaces sottoposte a rumore tipografico

Confronto tra 4 typefaces sottoposte a rumore tipografico

Nelle figure blu sotto, ancora, è possibile notare l’incremento di leggibilità che potrebbe ottenere la segnaletica ferroviaria vigente tuttora in Italia se venisse adoperato il Frutiger11, sia nella versione 55 Roman che in quella 65 Bold. La lettera “a” del Futura Bold utilizzato dalle ferrovie italiane perde molti tratti della “a” archetipica (ad esempio la pancia a sinistra).

Tratto dal Blog di GioFuga: il futura nella segnaletica delle ferrovie italiane

Tratto dal Blog di GioFuga: il futura nella segnaletica delle ferrovie italiane


Tratto dal blog di Gio Fuga: La segnaletica delle ferrovie italiane se si usasse Frutiger

Tratto dal blog di Gio Fuga: La segnaletica delle ferrovie italiane se si usasse Frutiger

  1. Tra queste segnalo l’ottimo libro da cui ho tratto numerose informazioni per questa trattazione: A. FRUTIGER, Segni e simboli, Stampa alternativa / Graffiti, Roma, 1998
  2. Trattasi più precisamente del sistema di fotocomposizione tipografica “Photon-Lumitype”
  3. Per typeface si intende “famiglia di font”, un insieme di varie forme di uno stesso carattere. Esempi di typeface celebri sono appunto Univers, Helvetica Neue, Gill Sans.
  4. I tratti tipici di questa corrente sono gli stessi che poi daranno luogo all’International Typographic Style, ossia oggettività, leggibilità e pulizia.
  5. Proprio come richiesto dall’autorità aeroportuale francese
  6. Dei falsi corsivi (false italic) possono essere ottenuti regolando un parametro chiamato “skewness” che in italiano sta per “inclinazione”
  7. I caratteri di questo tipo sono relativamente dritti e hanno meno variazioni di larghezza delle aste rispetto ai caratteri Humanist sans serif. Qualche esempio: Standard, Bell Centennial, MS Sans Serif, Highway Gothic.
  8. Come ad esempio la segnaletica del nome delle stazioni Italiane da vedere mentre si è sul treno. Vedasi a tal proposito la differenza tra Futura e Frutiger.
  9. Lussu evidenzia inoltre che, confrontando le recensioni di Helvetica e di Univers sulle riviste di settore dell’epoca, i giudizi degli esperti pendessero a favore di quest’ultimo. G. LUSSU, La lettera uccide, Stampa Alternativa Graffiti
  10. Come ad esempio il rumore che si può venire a creare quando una goccia d’acqua cade su un foglio stampato, oppure quando ci sono delle sbavature provocate da un’eccessiva pressione dei rulli nella stampa flessografica.
  11. Le due immagini in blu sono state tratte da un articolo di Gio Fuga

4/mar/2009

Why Not Associates

Parto subito col dire che sui Why not associates si trova pochissimo materiale scritto. Questo quasi a ribadire lo spiccato orientamento di quest’agenzia alla “comunicazione per immagini” più che per parole. E anche quando si tratta di “testo”, nel caso dell’agenzia londinese questo va “visto” e non letto.

Mi affiderò quindi alle poche righe e alle molte immagini trovate sul loro sito ufficiale1 per scrivere questo piccolo contributo sui designer forse più sperimentali del panorama che va dalla fine degli anni ‘80 ai giorni attuali.

Biografia

Dietro il successo di Why not associates troviamo le menti di David Ellis e Andrew Altman che fondano l’agenzia subito dopo aver conseguito una laurea al St. Martins College of Art a Londra. Ben presto diventeranno un’agenzia di respiro globale che ad oggi annovera tra i suoi clienti importanti multinazionali2ed enti governativi, ma anche piccole comunità con progetti di piccolo respiro, rivolti soprattutto, come vedremo, all’environmental typography.

In circa venti anni di attività, l’agenzia si è trovata a spaziare dallo studio dell’immagine coordinata alla stampa di libri; dall’elaborazione di concept per video, alle installazioni urbane. Una frase emblematica in cui i WNA amano racchiudere tutta la loro mission è la seguente:

We’re not afraid to run through a dark room with an arm full of lighted fireworks. Fingers grow back, and great work lasts forever.3

Lo scenario della type deconstruction

Come gia affrontato nel mio lavoro su Adrian Frutiger, gli anni ‘80 segnano la fine della tipografia tradizionale e l’avvento della tipografia digitale. Da quel momento per realizzare un carattere tipografico non c’è più bisogno di fondere piombo4, ma di disegnare al computer con l’ausilio di uno o più software.

Screenshot video per virgin 1

In questi anni assistiamo al declino della tipografia tradizionale e con essa alcuni principi della scuola tipografica svizzera, primi tra tutti l’inviolabilità storica della “leggibilità” e la coerenza strutturale e armonica dell’impaginato.

È attorno a magazine come Emigre e Octavo che giovani designer5 sperimentano caratteri, più o meno leggibili. Molta di questa sperimentazione avviene partendo da una “decostruzione” di caratteri della tradizione, sia lineari che serif, alterandone la struttura, in particolar modo manipolando la larghezza e la lunghezza delle aste e dei tratti terminali, la linearità dei contorni.

Ispirazioni

Se è valido il principio secondo cui nulla si crea nulla si distrugge, ma tutto si ricicla6, allora è vero che gran parte dei lavori dei WNA vanno a collocarsi a livello stilistico nel filone della Type Deconstruction e della Next Wave. Ma è anche vero che molte delle loro realizzazioni, soprattutto le installazioni di public art, pagano un tributo alle officine dell’Arts and crafts per quanto riguarda l’approccio al lavoro in generale e, in particolare, per il profondo interesse che nutrono per l’artigianato e le arti squisitamente manuali come ad esempio l’incisione, la scultura, la tornitura etc.

Typographic tree columns by G. Young & Why Not Associates

Questa loro matrice artigianale li ha portati, in molti casi, a scegliere i materiali e i supporti più disparati per confezionare i loro lavori, ricorrendo in alcuni casi a proficue collaborazioni con professionisti di settori completamente diversi.

È il caso del lavoro che più recentemente li sta vedendo coinvolti, le Typographic Tree Columns create in collaborazione con Gordon Young7 per l’allestimento della Crawley Library nel West Sussex.

Gordon Young at work

Tratti caratteristici e lavori principali

Lo stile dei WNA è un mix di stilemi e linguaggi moderni veicolati utilizzando talvolta materiali tradizionali come la carta, altre volte presi in prestito da ambiti artistici completamente diversi. È il caso del legno, del metallo, della pietra, della pellicola.

La tendenza è un po’ quella comune a tutti i deconstructors, ossia quella di smantellare strutture precostituite:

  1. smantellamento dei tradizionali percorsi di lettura;
  2. fusione e commistione di due parti della pagina (immagine e testo) tenute tradizionalmente separate;
  3. eliminazione e modifica di parti ridondanti dei caratteri tipografici tradizionali;
  4. assunzione da parte del testo dell’immagine/colore di fondo;
  5. copertura volontaria di parti di testo;

Apocalypse by Why Not Associates

Book cover for J. Germain by Why Not Associates

Book from why not associates

The Unseen Gaza, videotipografia

I WNA hanno contribuito alla realizzazione di molti video, sia di carattere promozionale che istituzionale. Memorabili i video realizzati per Virgin (vedi fig. 2 e 3) e, ultimamente, quello che ha promosso il documentario sulla striscia di Gaza andato in onda sulla BBC. È nudo e crudo a tal punto che sul fondo scorrono immagini del conflitto, coperte da un rettangolo di volta in volta bianco o nero in cui scorre il testo pronunciato dallo speaker.

Niente di particolare se non fosse per il fatto che il testo appare solo per frazioni di secondo allo spettatore dopodiché viene coperto da una striscia nera che ne lascia intravedere solo alcuni tratti. Un meccanismo teso a sottolineare il titolo del documentario, The unseen Gaza.

Il risultato è la creazione di una certa difficoltà nella lettura, nella visione e, di conseguenza, nell’ascolto del messaggio.

Tutto ciò fa sì che lo spettatore venga preso da una sensazione di “sgomento” per aver capito qualcosa attraverso la difficoltà di fruizione dello stesso messaggio.

The unseen gaza trailer by Why Not Associates

Public Art

The Walk of Art by why not associates

Molto interessanti gli interventi di public art realizzati dallo studio londinese. In questo senso la tipografia viene utilizzata per creare dei percorsi narrativi interattivi ed esperienze nuove di percezione dei luoghi pubblici.

In alcuni casi vengono create delle vere e proprie metafore urbano-visive, come nel caso di The walk of art, la stradina di acciaio di oltre 100 metri che porta all’entrata dello Yorkshire Sculpture Park, su cui sono incisi a laser i nomi degli oltre 5000 visitatori che hanno donato una somma alla fondazione.

  1. www.whynotassociates.com
  2. Un esempio tra tutti: la Nike
  3. La frase significa letteralmente: “non abbiamo paura di correre per una stanza scura con una mano piena di petardi accesi. I polpastrelli ricrescono e un grande lavoro dura in eterno”.
  4. In realtà la fine dell’era metal è da rintracciare in un’altra tecnologia ancora precedente: la fotocomposizione tipografica.
  5. Nel contesto britannico ricordiamo almeno due nomi: J. Barnbrook con i suoi virus fonts; Neville Brody con i suoi Arcade, Industria e FF Dirty.
  6. Principio di Lavoisier mutuato e riadattato dalla chimica: nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.ideale per una biblioteca, vissuta da tutti come il regno della parola scritta, letta e tramandata.
  7. Gordon Young è un public artist di fama internazionale. Con i WNA ha firmato diverse collaborazioni. Per ammirarne le opere

17/set/2008

Già nella mia tesi di laurea ho affrontato questo enorme problema dell’università italiana: il sentirsi altro da questo mondo dei professori universitari. Mentre negli stati uniti d’america1 i professori sanno di essere fallibili mortali e utilizzano i social networks per attivare canali di comunicazione diciamo “meno convenzionali” con i loro studenti, qui in Italia non fanno nient’altro che rifugiarsi nella solita torre d’avorio.

Non sarò certo io a scoprire, con queste considerazioni, che l’università italiana pur garantendo, per molti versi, un’istruzione universitaria di qualità superiore rispetto a molti paesi paesi Europei2, soffre a causa del notabilato imperante e per la gestione molto clientelare e poco meritocratica della ricerca. In questa sede mi sembra poco opportuno scrivere un articolo che parta dalle radici del problema3, ma mi sembra molto opportuno invece porsi qualche domanda, come ad esempio:

Perché il corpo docente – anche l’ala più giovane – ci tiene a mantenere elevata la distanza tra sé e gli studenti?

È una domanda che io ed alcuni miei compagni di studio ci siamo già posti ai tempi dei corsi all’università. La mia facoltà, Scienze della Comunicazione all’università di Salerno aveva a disposizione un NewsGroup creato da un funzionario di facoltà con lo scopo di alimentare uno scambio di informazioni tra gli studenti del corso di laurea e, in verità, per questo scopo funzionava e tutt’ora dovrebbe funzionare benissimo. Il problema è che questo strumento sarebbe dovuto servire anche ad abbreviare la distanza docente-discente, mettendo in condizione gli studenti di chiedere delle informazioni direttamente al docente. O viceversa, permettendo al docente di pubblicare un post in cui scrive ai suoi studenti dello spostamento della lezione e magari delle cause che l’hanno provocato. Ma su questo ci sono dei problemi sui quali sarebbe meglio riflettere:

  1. Siamo proprio sicuri che una buona percentuale del corpo docente sia capace di scrivere o meglio, di sapere cosa sia un “post”?
  2. Un docente è realmente tenuto a dar conto ai suoi studenti (clienti) dei propri ritardi a lezione o degli spostamenti di data?
  3. È giusto pensare che a nessun docente convenga invadere i canali in cui sono chiaramente gli studenti a farla da padroni o, se vogliamo, da veri e propri docenti?

Il problema è che Internet è dei giovani e alla base del comportamento dei più anziani c’è nient’altro che…

la PAURA.

Paura eh?

Molti degli attuali docenti di ruolo dovrebbero essere nati negli anni ‘45-’604, gli anni subito dopo la guerra, da una generazione che a sua volta ha subìto/sposato i valori fascisti tra cui quello sacro della gerarchia. Questi docenti hanno subìto molto più di noi5 i cambiamenti sociali e la pressione delle ideologie sul tessuto giovanile. Ora si trovano in difficoltà alle prese con l’ennesimo cambiamento: la rete. Sono passati da un’epoca nella quale tutte le conoscenze sul mondo erano condivise in una cerchia molto ristretta di persone6 a una nella quale l’intero patrimonio culturale7 è condiviso. Un trattato d’architettura che si trova sotto licenza GNU è accessibile sia a Renzo Piano che a mia nonna. E questo non mi sembra poco. Però mettiamo che uno studente per avvalorare la sua tesi – diciamo così – di rottura col passato, utilizzi materiale preso da internet o da Wikipedia. Quale docente non discuterebbe aspramente tale scelta? Non ho dati scientifici alla mano ma penso che molti studenti sottoscriverebbero in pieno le mie parole.

Cambia il mezzo ma non dovrebbe cambiare la cultura. Con l’unica differenza che mentre per i libri è possibile una sorta di controllo e di censura8 con internet è molto più difficile. Il web si mostra un mezzo molto più efficace nella “Scrittura del presente” rispetto a mezzi quale libri, cinema e televisione. Ci sono molti passaggi culturali in meno da compiere per far sì che un semplice scritto assurga a vera e propria memoria collettiva, e ciò non può che essere un bene nel nome della libertà e del pluralismo d’espressione.

In buona sostanza il ragionamento alla base dello scarso utilizzo del newsgroup da parte del corpo docente è spiegato più o meno bene da quello detto più sopra. Ma veniamo al presente:

Molti docenti, assistenti universitari, collaboratori di cattedra, ad oggi sono presenti su social networks dal carattere spiccatamente professionale quali Linkedin e Facebook, ma non danno credito alle richieste d’amicizia degli studenti.

A me è capitato di recente. Ho chiesto di entrare nel mio network Linkedin sia ad un’assegnista di ricerca che collabora con il prof. Cordeschi del mio corso di laurea9, sia ad uno studente che collabora con la stessa cattedra, mio coetaneo. Ovviamente nessuno dei due ha accettato, ma non solo, il loro profilo è riservato. Vale a dire che per consultarlo devi essere nel loro network, cosa tra l’altro assolutamente legittima, ma io non posso comunque fare a meno di chiedermi il perché non si sceglie la trasparenza, a maggior ragione se si ricoprono certi ruoli?

Si è introdotto il concetto di Divario Digitale10 per spiegare come sulla base di alcune carenze infrastrutturali e sociali, le possibilità di accedere alla rete siano limitate per alcune popolazioni e per alcune classi sociali. Fermo restando che sono pienamente d’accordo con chi si preoccupa in tale direzione, io in maniera molto più pragmatica mi preoccuperei dell’enorme divario tecnologico che intercorre tra generazioni contigue. Oramai siamo alle porte di un conflitto senza pari: l’ala giovane della società utilizza Internet per fare acquisti, per socializzare, per mantenersi in contatto, per creare proficui network professionali; l’ala anziana, di contrappunto, non fa che preservare i canali e i mezzi di comunicazione tradizionali, forse perché gli unici spazi in cui possono considerarsi legittimati a fare quello che fanno e a coprire le posizioni che coprono. E tutto ciò in Italia è molto più accentuato in quanto “paese anziano”, governato da una classe dirigente anziana, e che proprio come persona anziana si appresta lentamente a morire.

  1. Paese che tra l’altro non stimo moltissimo, ma ahimé, certe cose vanno comunque notate.
  2. Sulla base di molti dei criteri stabiliti
  3. Con buona probabilità bisognerebbe partire dall’unità d’Italia.
  4. O almeno voglio sperare che non scendano sotto gli anni ‘40
  5. Nati nell’80-’90
  6. E ciò legittimava la presenza di circoli e di caffé letterari.
  7. A parte quello che volutamente nascondono i governi.
  8. Sia preventiva che post-opera.
  9. Scienze della Comunicazione all’Università degli studi di Salerno
  10. Digital Divide su Wikipedia

14/set/2008

Meg - Psychodelice

Psychodelice. Album di svolta per Meg1, che dall’offrire la sua sensuale voce – insieme a quella spigolosa d’o Zulù – a testi politici e impegnati, passa a cantare sentimenti, emozioni, sensazioni, immagini mentali fortemente soggettive, testi molto criptici, in alcuni tratti quasi fini a loro stessi. Stefano Fontana, meglio conosciuto come Stylophonic2, dj e produttore del disco, fa un ottimo lavoro producendo beat pieni di groove e di ritmo, privi di di qualunque gradiente, di qualunque sfumatura. Direi piuttosto grezzi ma di grande effetto.

Napoli città aperta. Una canzone in cui Meg riesce a rendere antropomorfo3 il ritratto di una Napoli piegata su sé stessa, una città che allo stesso tempo si fa amare e si fa temere. Una città di cui è difficile avere piena fiducia. Proprio come un individuo psicolabile senza scrupoli che riesce a placare le sue turbe solo alla notte, ma che una volta sveglio non esiterà a mostrare la sua natura di mostro affamato, Napoli suscita dolcezza nelle tenebre e sgomento quando si avvicina il chiarore del giorno. Tutto sommato è una sensazione che avverto anch’io alle prese con la contemplazione della mia città, ma ovviamente la resa di tale figura è tutt’altro se si considera una città dal vissuto come Napoli.

Tutto ciò sembra essere l’espressione di un vortice di sentimenti contrastanti in cui chi ama Napoli ama precipitare, proprio come diceva il grande Leopardi a proposito delle sue celebri turbe malinconiche4. Non è un caso, infatti, che Meg dipinge Napoli come una stella che brilla di luce propria. Astro di rara bellezza, proprio come una perla di colore nero. Introvabile.

Ecco come recitano il ritornello e la strofa finale:

Guarda come è bella
la mia città
come stella brilla
di luce propria.
Guarda come è sola
la mia città
rara come perla nera
quando lei dorme
dolce creatura appare
ed io rimango lì
ad ammirare
sapendo che al sorgere del sole
il mostro si sveglierà per la fame
perciò non ti fidare
comincia a scappare

Contradditoria quindi l’immagine che Meg restituisce di Napoli, ma è proprio questa contradditorietà, questa confusione, a renderla stupenda e splendidamente aderente alla realtà effettiva che Napoli oggi si trova ad affrontare: un mix di delinquenti e di persone di buoni sentimenti; di odio e di amore; di sublime e di squallore; di luce e di tenebre.

È un Peccato. In molti dicono che Napoli sia la città più bella del mondo.

Io sono d’accordo.

Napoli Città Aperta

Attraverso di notte la mia città
il mio sguardo brucia come fiamma
cammino, cammino e lei mi divora
vorrei fermarmi ma, il mio piede va

Guarda come è bella, la mia città
come stella brilla di luce propria
guarda come è sola, la mia città
guarda come è bella, vera

Quando lei dorme dolce creatura appare
ed io incanto lì ad ammirare
sapendo che al sorgere del sole
il mostro si sveglierà per la fame
perciò non ti fidare
comincia a scappare

Guarda come è bella, la mia città
come stella brilla di luce propria
guarda come è sola, la mia città
sanguina come vena aperta

Napoli città aperta

  1. Myspace di Meg
  2. http://www.stylophonic.it
  3. Durante la stesura dell’articolo, ho controllato sul De Mauro-Paravia e non ho trovato nessuna verbalizzazione di tale aggettivo ad es. Antropomorfizzare o Antropizzare. Sarebbe possibile rendere accettabile tale significato adoperando Umanizzare, ma tale verbo sembra avere confini semantici abbastanza settoriali: dovrebbe infatti indicare il processo di “rendere umano il latte vaccino”. Mi fermo con la divagazione.
  4. Celebre l’espressione M’è dolce naufragar in questo mar…

30/lug/2008

Il genio

Il geniale duo proveniente dal Salento, esportato come al solito nel gelido nord (mica poi così tanto freddo) esce con un album d’esordio molto molto carino. In generale suona come Baustelle, Blonde Redhead, come loro ci regala sensazioni di boulevard parigini e generose dosi di eccentricità e nichilismo decadente.

Senz’altro da seguire.

Lei poi è fantastica.

Il primo video del duo che mi è capitato di vedere è pop porno, canzone che giocando su un meccanismo di assimilazione fonetica1 parla dei problemi che possono sussistere tra uomo e donna all’interno di una coppia, tra questi il porno: fucina creativa o depredatore di fantasie sessuali per l’uomo?

Il genio

Alessandra Contini: Vox bass ; Gianluca De Rubertis: guitar key, piano & synth, Vox

Il genio su MySpace

Il genio – Tracklist

  1. Le Bugie Di François
  2. Non E’ Possibile
  3. Pop Porno
  4. Applique
  5. Tutto E’ Come Sei Tu
  6. A Questo Punto
  7. Gli Eroi Del Kung Fu
  8. L’Orrore
  9. Fortuna E’ Sera
  10. Povera Stella
  11. La Pathétique
  12. Una Giapponese A Roma

Pop porno

  1. Durante il verso la P finale di pop viene assimilata dalla P iniziale di porno, dando luogo a un altro significato, ovvero un po’ porno.