
Un film eccezionale già a partire dalla traduzione italiana del titolo: “La grande abbuffata”. È possibile mangiare fino a morire? È proprio questo l’interrogativo che si pongono i nostri amici che si rinchiudono in una storica villa appena fuori Parigi con l’intento di ammazzarsi di sesso e di cibo.
Il film, al momento della sua uscita (1973), non riscuote un grande successo, soprattutto agli occhi del pubblico dei critici. Ecco come lo descrive un noto critico cinematografico, Mereghetti, attribuendogli tra l’altro 4 stelle (il massimo):
[…] il film è un’allegoria della società del benessere condannata all’autodistruzione, e un saggio da manuale sugli intrecci tra Eros e Thanatos, il cibo e gli escrementi. Quasi un anticipo di Salò di Pasolini, anche se non altrettanto distruttivo e apocalittico, il film “mette il dito sulle piaghe maleolenti della nostra cultura ma con una negatività che riesce ad essere produttiva e utile nella sua provocazione” (Fofi).
La cosa più particolare, ma questo era da aspettarsi dato l’elevato livello culturale del lungometraggio, non ebbe molto successo ai botteghini (si pensi al fatto che fu fischiato durante il festival di Cannes), ma ebbe un enorme “successo di cassetta”.
Quasi lo stesso cast della saga “Amici Miei”, stesso anche il tono goliardico seppur con una leggera nota drammatica, decadente, a tratti malata. Grande l’innesto di Mastroianni pilota, geniale la trovata del regista di fare in modo che nel film, gli attori recitino i loro stessi personaggi. Sono infatti Philippe, Michel, Ugo e Marcello i protagonisti di questo film.
Lo consiglio a tutti ma soprattutto a quelli che come me vedono nel cibo uno dei piaceri più belli della vita.













