Un rifiuto o un rottame, rappresenta per la società un costo ambientale che negli anni si è preferito a mio avviso “volutamente” non tenere in conto in sede del calcolo del prezzo di un prodotto. Se si volesse considerare quest’aspetto probabilmente una pendrive costerebbe non 5 euro, ma 50 euro; non oso immaginare un piatto di plastica: probabilmente costerebbe di meno utilizzare un piatto di vetro di Murano monouso. I rifiuti sono quindi prodotti sociali e, eventualmente, vale anche per loro lo stesso discorso fatto per l’iPhone o per il celebre spremiagrumi di Alessi in sede di un dibattito sull’intersoggettività e sull’interoggettività di un oggetto sociale.
Per quanto riguarda alcuni comuni della provincia di Napoli e di Caserta è possibile - finanche opportuno allo stato attuale - parlare del valore interoggettivo di un cumulo di immondizia.
Mi sembra dunque giusto affermare che il rifiuto nella nostra società possegga un valore estetico:
La nostra è la società della rottamazione: il nuovo sostituisce in tempi sempre più brevi il vecchio che, immancabilmente, finisce in una discarica, nella pattumiera, nel dimenticatoio e così via… Appare sempre più evidente che gli scarti materiali, i rifiuti, i rottami che accumuliamo ci stanno assediando, ma secondo Ave Appiano siamo talmente assuefatti all’estetica del rottame che non siamo nemmeno più in grado di percepirla come tale. […]
La discarica come luogo di abbandono di rifiuti per non si sa quale fine è un concetto che, appartiene all’umanità da millenni, probabilmente fin dalle sue origini preistoriche. Agli albori della civiltà, l’uomo preistorico abbandonava nelle grotte i residui ossei dei pasti insieme ai resti del fuoco. Un po’ più tardi, negli insediamenti protostorici dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro, i rifiuti venivano gettati negli anfratti naturali, come dimostra la presenza di imponenti discariche della media età del Bronzo nella necropoli di Vollein (comune di Quart, Valle D’Aosta). Ancora più tardi, nell’antica Roma, le anfore olearie rotte, venivano accantonate in un unico posto che attualmente figura come luogo turistico: Il monte dei cocci o monte Testaccio.
Bisogna anche dire che nell’antichità sono state trovate anche forme - seppur secondarie - di riciclaggio, come la trasformazione di residui fittili in cocciopesto, un prodotto di largo uso presso i romani, e il riutilizzo delle anfore in eccedenza all’interno di strutture di drenaggio e nei sistemi di deumidificazione.
Tornando a Napoli…
Non sapevo che qualcuno avesse chiesto al nostro amato ministro per i beni e le attività culturali, Sig. Bondi, una mostra d’arte a Napoli su un problema di cui questa città rappresenta l’avanguardia, l’inizio: La gestione dei rifiuti.
Perché al contrario di quello che molti credono e di quello che la televisione mostra ogni giorno agli occhi dei poveri cittadini Italiani, l’immondizia non è Napoli. Napoli è solo l’avanguardia di un problema di tutta l’umanità, ben più radicato negli anni, ma che i mass media hanno deciso di inserire nella loro agenda solo da qualche anno.
Quello della gestione dei rifiuti - come abbiamo visto poco fa per i preistorici e per i Romani - è un problema che riguarda l’umanità da millenni, in maniera ancor più rapida e turbolenta da quando l’economia mondiale ha cominciato a basarsi totalmente sul petrolio e sui suoi derivati. Giusto per capire la portata del problema, basti constatare che nel 1997, un marinaio statunitense chiamato Charles Moore scoprì un enorme discarica d’immondizia nel pieno dell’oceano pacifico, provocata da una serie di correnti. Le discariche a cielo aperto (e a mare aperto) diventano sempre più numerose su tutto il globo e, di fronte ad alcune realtà, persino l’incriminata Napoli impallidirebbe timidamente.
A parte quindi le opere d’arte che potrebbero venire esposte all’interno di un’eventuale mostra sul rifiuto e sul rottame, è possibile notare che oggi la ricerca estetica parte dal basso. L’avanguardia artistica è internet, un media che con l’avvento della rivoluzione digitale è alla portata di (quasi) tutti, coinvolgendo professionisti e non nell’esplorazione del concetto di rifiuto, alla ricerca di tracce estetiche e di nuove modalità espressive.






































